Che fine ha fatto Immuni?

Ilaria Mariotti

30 Marzo 2021

Era stata annunciata la scorsa primavera, e poi lanciata ufficialmente il primo giugno 2020 Immuni, la app di contact tracing per prevenire il contagio da Sars Covid-19.

Un’idea non solo italiana (ogni Paese europeo ha la sua app), che doveva aiutare a spezzare le catene dei contagi perché, come si legge sul sito ufficiale, “quando un utente scopre di essere positivo al virus, consente di allertare in modo anonimo le persone con cui è stato a stretto contatto e che potrebbe aver contagiato”. Messa a punto dalla software house milanese Bending Spoons e oggi passata sotto la gestione dalla controllata del ministero dell’Economia Sogei, Immuni sembra però finita nel dimenticatoio. 

 

E senza nemmeno superare la prova, almeno stando ai numeri. Continuano a calare i download, fermi a quota 10,3 milioni.

A marzo 2021 si è registrato un record negativo, con soli 452 download totali in un giorno, segnati giovedì 18.

La settimana successiva, tanto per dare un’idea, gli utenti che hanno scaricato sul proprio telefono l’applicazione sono stati 11mila. Aumenti davvero microscopici rispetto all’entità della pandemia. 

 

Ma a colpire è soprattutto un altro dato, e cioè che al di là dei numeri sugli utenti che possiedono la app sul proprio telefono, quelli che poi risultano davvero operativi sono minimi. Secondo i report aggiornati, a inviare l’allerta di positività sono stati solo 15mila utenti, dunque lo 0,43% rispetto ai circa 3 milioni e mezzo di positivi registrati nel nostro Paese dall’inizio della pandemia. Eppure rispetto al numero di abitanti in Italia, la percentuale di download di Immuni – 10 milioni appunto – è del 19,6%. Un numero non così piccolo da giustificare un così scarso utilizzo dell’app. Se non fosse per un motivo, che è da ricercare nel suo meccanismo troppo farraginoso.

 

Seppure in apparenza semplice: per aderire a Immuni si scarica la app (basta avere un cellulare che la supporti), e si attiva il Bluetooth (e non la geolocalizzazione). Si creano così codici “casuali”, spiega il sito, scambiati con i codici di altri utenti con cui si entra in contatto. Il sistema ne tiene memoria, ma senza possibilità di risalire all’identità dei soggetti, tanto che le sequenze alfanumeriche cambiano di ora in ora, proprio per tutelare al massimo la privacy. E mettere a tacere le polemiche che erano esplose al lancio della app, accusata – senza però riscontri – di “spiare” gli utenti. Così quando un utente riceve un referto che certifica la propria positività, le persone incontrate fino a quel momento che rappresentassero un suo “contatto stretto” ricevono la relativa notifica. 

 

Come? Fino a qualche settimana fa, l’utente che scoprisse di essersi contagiato doveva avvisare la ASL di riferimento, che a sua volta doveva occuparsi di inserire il codice nella app. Un collo di bottiglia in cui si rimaneva incagliati, tra regioni impreparate a gestire sistemi digitali e una applicazione ancora in fase di rodaggio. Negli ultimi mesi del governo Conte si era finiti quindi per incaricare dell’operazione un call center. Di fatto però inutilizzato, perché – è dei giorni scorsi la notizia del via libera del Garante per la privacy – adesso gli utenti di Immuni sono abilitati a inserire in autonomia il codice che certifica la propria positività. La nuova funzionalità permette di inserire il codice Cun presente sul referto e gli ultimi 8 numeri della tessera sanitaria, senza passare per asl e call center. 

 

Un aggiornamento che avrebbe portato forse a una velocizzazione e a una maggiore efficacia del sistema. Peccato però che arrivi nel momento in cui la lotta alla pandemia è tutta centrata sulla campagna vaccinale, e di Immuni non si senta più parlare. Se non nell’ultimo dpcm del 2 marzo scorso dove, ironia della sorte, all’articolo cinque si legge: “Al fine di rendere più efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’App Immuni, è fatto obbligo all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”.

 

Una tirata di orecchie alle aziende sanitarie locali insomma, ma fuori tempo massimo, proprio ora che il loro intervento non serve più. 

 

Immuni poteva essere usata meglio. E magari contribuire davvero al controllo della pandemia. Perché le app di tracciamento servono, come dimostrerebbe uno studio degli inizi di febbraio condotto dalla università di Oxford. La app del Regno Unito oggetto di analisi si chiama NHS Covid-19, è stata scaricata da quasi 21 milioni di cittadini, e soprattutto – dice lo studio – ha mandato tra Inghilterra e Galles un milione e 700mila notifiche, arrivando a prevenire circa 600 mila contagi. C’è da credergli se proprio oggi, 29 marzo, Londra festeggia il suo primo giorno a decessi zero per Coronavirus, da quando l’emergenza è scoppiata. E gli inglesi sembrano quasi fuori dal tunnel del contagio grazie ai numeri esorbitanti di vaccinati. Può darsi che una digitalizzazione sicuramente più avanzata della nostra ci abbia messo del suo.

 

NHS Covid 19, benché simile a Immuni sul piano tecnologico, fa ben di più. 

 

Perché protegge sì la privacy degli utenti, ma chiede loro di indicare il codice postale per prevenire possibili focolai nei quartieri delle città. Effettua una sorta di check in a chi entra in un locale, per scoprire poi se quello stesso luogo sia stato frequentato da un positivo al Coronavirus. E soprattutto in caso di sintomi sospetti dà accesso alla prenotazione di un tampone, il cui esito finirà a sua volta sulla app. E solo su autorizzazione del soggetto interessato arriveranno agli altri contatti le segnalazioni con l’avviso di isolarsi, facendo partire un conto alla rovescia dei giorni di quarantena. 

Un meccanismo più fluido, pragmatico, senza lungaggini, e che alla resa dei conti si è rivelato vincente. 

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