“Plasticamente” Breve excursus sull’origine e diffusione della plastica

"Plasticamente"

Breve excursus sull'origine e diffusione della plastica

Riccardo Fioroni

Riccardo Fioroni

Curioso di natura, mi piace tutto quello che non conosco. Unica eccezione le assicurazioni, di cui scrivo e di cui sono appassionato, pur conoscendole!

 

Nel 2018 uno studio condotto in più paesi, ha rilevato che negli scarti organici dell’uomo sono state trovate delle microplastiche dall’origine incerta, che però si trovano in quasi tutte le superfici che ci circondano. E c’è addirittura chi ipotizza che più della metà della popolazione mondiale potrebbe averne all’interno del suo organismo.


Diciamo che l’idea di non essere più biodegradabile mi alletterebbe, diventerei tipo l’Uomo Bicentenario del famoso film.
Dall’altra sapere che qualcosa di non naturale potrebbe essere nel mio corpo, un pochettino mi mette ansia.

 

L’assunto però è che siamo letteralmente pieni di plastica. Pensate che nel 2015 abbiamo prodotto 322 milioni di tonnellate di plastica, sufficienti a riempire tutti i grattacieli di New York.
Da più o meno 60 anni, da quando cioè è iniziata la produzione di massa, ne abbiamo prodotta 7,8 miliardi, quindi quanto basta a riempire i grattacieli di New York…per 23 volte…


Tuttavia, si parla della plastica sempre in negativo, quando invece è un materiale che per certi versi è fondamentale.
In ambito medico, 600.000 persone all’anno vengono salvate dai pacemakers con isolanti di plastica, le cinture di sicurezza riducono del 45% il rischio di morte e e nel mondo 10 milioni di persone usano apparecchi acustici in plastica. Dagli anni 80 le tute dei pompieri e i giubbotti antiproiettile sono creati con materiali composti da plastica.


Il problema con cui il mondo deve fare pace, è il suo riciclo, perché non essendo un materiale naturale, la Terra non sa come smaltirlo, e quindi rimane per centinaia di anni. Si stima che una bottiglia di plastica potrebbe (perché non si è sicuri di questo) essere smaltita in 450 anni. Tantini eh…

 

 

Ma di preciso…cos’è la plastica?

 

In realtà è un un termine coniato. Per certi versi l’uomo ha sempre fatto uso di plastiche, anche se naturali: basti pensare al lattice per fare delle ceste!


Le plastiche sono composte da molecole chiamate monomeri che contengono carbonio, e tramite reazioni chimiche o additivi, si legano tra loro e diventano polimeri, ovvero altre plastiche.

Alcune si ricavano in natura, altre, come quelle che usiamo noi comunemente, sono generate dall’uomo.

 

Nel 1907, l’inventore americano Leo Baekeland mischia il fenolo, ottenuto dal petrolio, con la formaldeide, un alcol, aggiunge degli additivi e scalda il tutto. E’ nata la bachelite, la prima plastica sintetica.
Anche il termine “Plastica” è stato coniato da Baekeland, e viene dal greco “Plastikos”, che vuol dire “modellare, dar forma a..”.

 

Esistono due tipi di plastiche, quelle termoplastiche, che si sciolgono al calore e possono essere riciclate (poliestere, nylon, teflon) e quelle termoindurenti che una volta modellate mantengono la forma (bachelite, silicone) e queste ultime compongono ad esempio carrozzerie di auto, componenti elettrici..

 

Mentre personaggi come Henry Ford continuavano per tutto il primo ‘900 a studiare plastiche vegetali con cui rendere più performanti le automobili, settore in cui si faceva un largo uso di plastica sintetica, la svolta arriva con la Seconda Guerra Mondiale.

 

La scarsità di reperibilità immediata di minerali e gas come il metano e lo zinco, e l’occupazione nipponica dei territori da cui si importavano le gomme naturali, fa si che l’unico materiale disponibile immediatamente fosse proprio la plastica, con cui vennero create le armi e i mezzi necessari per andare in Guerra.

In un certo senso, la plastica ha fatto vincere la Guerra agli Alleati!

 

Dopo aver sconfitto i nazisti, gli americani furono così i leader della produzione della plastica, detenendone i 2/3 della capacità produttiva mondiale; si resero subito conto che la plastica non fosse utile solo in guerra, ma che ci si potesse creare potenzialmente di tutto. E’ l’inizio del boom economico.

 

La canapa è quì, ansiosa di dare una mano al nostro pianeta...

Nel ventennio 50′ – 70′ la produzione aumentò vertiginosamente, dall’1.5 milioni degli anni 50 ai 70 milioni di tonnellate del 1970.

 

Solo dagli anni ’80 il problema dello smaltimento della plastica è diventato globale, e nel 1988 nascono le famose tre frecce simbolo del riciclo.


Si stima che una bottiglia di plastica possa produrre energia per alimentare una lampadina da 60 Watt per tre ore, e riciclando una tonnellata di plastica si risparmierebbero 3785 litri di benzina. E soprattutto, il riciclaggio crea posti di lavoro: negli USA, oltre 700.000 persone lavorano nel settore dei riciclaggi!


Tuttavia ad oggi, solo il 19% di tutta la plastica viene riciclato.

 

Esistono, dunque, alternative alla plastica che non abbiano un impatto così disastroso?


La risposta è SI e ci si sta lavorando già da svariati anni.

 

Ultimamente sono stati perfezionati i metodi di lavorazione dei polimeri naturali come la lignina, la cellulosa, la pectina e la chitina che, a differenza dei polimeri sintetici o semisintetici, si biodegradano molto rapidamente.

 

Oggi troviamo prodotti commerciali a base di bamboo, ”coir” (fibra grezza estratta dal guscio esterno delle noci di cocco ), “sisal”  ottenuta dal tessuto connettivo dell’Agave  o “Piña”, la fibra ricavata dagli scarti di lavorazione degli ananas.

 

Accanto a quelli vegetali troviamo i polimeri ottenuti dalle proteine animali come cheratina, fibroina, caseina: lana e seta sono i prodotti più diffusi, ma negli anni si stanno sperimentando soluzioni alternative come il QMilch, seta ottenuta dalle fibre di latte.
C’è anche l’alginato, estratto dalle alghe brune, il chitosano, ottenuto dalla chitina presente ad esempio nell’esoscheletro di insetti e crostacei, o la cutina, un bio-poliestere ceroso che si trova nella cuticola delle piante (es. nella buccia di pomodoro).

 

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