Tu che puoi essere GIG

Il lavoro del rider e l’apporto di Zego alla causa

Riccardo Fioroni

Riccardo Fioroni

Curioso di natura, mi piace tutto quello che non conosco. Unica eccezione le assicurazioni, di cui scrivo e di cui sono appassionato, pur conoscendole!

La pandemia, che ha colpito il mondo negli ultimi due anni, ci ha portato a notare di più alcune cose che prima davamo per scontate o che non calcolavamo minimamente.

 

Alzi la mano chi conosceva tutte queste applicazioni per videochiamate prima del lockdown. Oppure chi sapeva a memoria la ricetta per fare il pane!

 

Ma soprattutto, chi aveva mai pensato bene al lavoro del rider?

 

Mentre di solito etichettavamo questa figura come “l’omino delle consegne a domicilio”, la pandemia ci ha portato ad avere un focus più ampio su questa figura data sempre troppo per scontata, che vive in un mondo di regole e guadagni totalmente suo.

 

Benché sia un lavoro “recente”, nato con la diffusione di app che fanno delivery, una prima “bozza” di questa professione nasce addirittura nel 1890 in India, e continua tutt’oggi.

 

Parliamo dei dabbawala, ovvero “coloro che portano una scatola”, che sono i dabba, contenitori cilindrici in cui viene messo il pranzo da consegnare al cliente.

 

L’idea di un cassiere di Mumbai, rappresenta in tutto e per tutto quello del rider odierno; il cliente fa un ordine, i dabbawala gli portano il pranzo, e più tardi tornano anche a riprendere il contenitore!

 

Apparentemente sembra una babele: ogni dabbawala porta con se decine di contenitori su una sola bicicletta (complessivamente il carico può pesare anche 40 kili!!!)  in cui è segnato a mano l’indirizzo e un simbolo con cosa c’è dentro.

 

Si stima che vengano consegnati 80 milioni di dabba all’anno, e in tutto ciò, il margine di errore è bassissimo, un ordine sbagliato ogni due mesi, tant’è che anche la Harvard University studia il sistema di questa organizzazione

 

dabbawala rider indiani

Ma, mentre in India, questo è visto come un lavoro “per la vita”, visto che comunque ha una paga buona e soprattutto incarna lo spirito religioso della carità attraverso il dono del cibo, nel resto del mondo il rider è una figura precaria e, spesso, anche non tutelata.

 

Fino a poco tempo fa, vista la flessibilità della prestazione lavorativa, i rider venivano definiti lavoratori autonomi e per questo non avevano diritto a trattamenti economici e retributivi propri di un lavoro dipendente, con il risultato di essere di fatto una professione instabile nelle entrate, dato che questi percepiscono denaro esclusivamente quando svolgono il servizio per la piattaforma di riferimento.

 

Tuttavia, alcune leggi dell’ultimo periodo stanno riqualificando questa figura, dandogli più considerazione e fornendogli un vero e proprio “status” nel mondo del lavoro. Ma la strada è ancora lunga, e se ci sono poche tutele retributive, figurarsi quelle assicurative.

 

Ed è per questo che nasce Zego, che opera nel campo della gig economy (modello economico basato sul lavoro a chiamata).

 

La formula di ZEGO dovrebbe consentire ai ‘gig workers’ di lavorare con la tranquillità della corretta copertura assicurativa, ma in maniera sostenibile per le loro tasche
Modello di polizza ‘pay as you go’. "Da quando è iniziata la pandemia Covid19 il potenziale di mercato per l’assicurazione on demand che copre le esigenze specifiche della consegna dell’ultimo miglio, è esploso" - Andrew Jackson

Zego nasce nel 2016 per offrire coperture assicurative ai rider, ha chiuso ultimamente un round da 150 milioni di dollari superando la valutazione di un miliardo, diventando un unicorno.

 

Il segreto? Polizze flessibili applicabili alla new mobility.

 

L’idea fu quella di reinventare l’assicurazione commerciale per lavoratori autonomi, con particolare attenzione per l’appunto alla gig economy, una nicchia fuori da ogni offerta di servizio assicurativo.

 

Il suo primo prodotto fu un’assicurazione scooter e auto dedicata ai lavoratori del food delivery.

Più in generale si rivolge a tutti i nuovi servizi di mobilità, tra cui ride sharing, car-sharing, noleggio auto, ecc..

I prezzi delle assicurazioni vanno in base all’utilizzo dei veicoli, e vanno dalla polizza che copre minuto per minuto, fino a quella annuale.

 

Nel 2019 ha ottenuto la licenza assicurativa ed è quindi libera di operare al fianco di altri assicuratori.

 

Ad oggi collabora con le maggiori realtà di delivery e sharing di mezzi cittadini, ed ha fornito più di 17 milioni di polizze e coperto più di 200.000 veicoli in cinque paesi: UK, Spagna, Francia, Belgio, Irlanda.

 

Ora l’unicorno insurtech sta sondando l’offerta assicurativa per le flotte aziendali: negli ultimi due anni, il suo focus si è ampliato per includere non solo driver e rider, ma anche intere flotte di veicoli, puntando sul fatto che l’80% dei nuovi veicoli sono ora venduti a clienti commerciali.

 

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#SempreSulPezzo 😜

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